Sentenza n. 89/1979
Illegittimità costituzionale dichiarata · depositata il 26/07/1979 · relatore Michele Rossano
Norme in gioco
dichiarata illegittima
- art. 12d.P.R. 639/1972
applicata al caso
- art. 1d.P.R. 639/1972
- art. 11d.P.R. 639/1972
- art. 16d.P.R. 639/1972
- art. 28d.P.R. 639/1972
Epigrafe
ha pronunciato la seguente SENTENZA nei giudizi riuniti di legittimità costituzionale degli artt. 1,
11, 12, 16, 28, commi primo, secondo, quarto, e 51 del d.P.R. 26
ottobre 1972, n. 639 (imposta comunale sulla pubblicità e diritti
sulle pubbliche affissioni), promossi con le seguenti ordinanze:
1) ordinanza emessa il 16 dicembre 1974 dal pretore di Mestre nel
procedimento civile vertente tra Tagliacozzo Sergio e il Comune di
Venezia, iscritta al n. 116 del registro ordinanze 1975 e pubblicata
nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica n. 145 del 4 giugno 1975;
2) ordinanza emessa il 4 ottobre 1976 dal pretore di Livorno nel
procedimento civile vertente tra Nardini Alessandro e Ivana ed il
Comune di Livorno, iscritta al n. 716 del registro ordinanze 1976 e
pubblicata nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica n. 10 del 12
gennaio 1977;
3) ordinanza emessa il 31 marzo 1977 dal pretore di San Donà di
Piave nel procedimento civile vertente tra Boldrin Eugenio e il Sindaco
di Venezia, iscritta al n. 233 del registro ordinanze 1977 e
pubblicata nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica n. 169 del 22
giugno 1977.
Visti gli atti di intervento del Presidente del Consiglio dei
ministri;
udito nell'udienza pubblica del 16 maggio 1979 il Giudice relatore
Michele Rossano;
udito il sostituto avvocato generale dello Stato Renato Carafa, per
il Presidente del Consiglio dei ministri.
Motivazione
Ritenuto in fatto :
1) Con ricorso 14 agosto 1974 al pretore di Mestre Sergio
Tagliacozzo propose opposizione, ai sensi dell'art. 9 legge 3 maggio
1967, n. 317, avverso l'ordinanza 6 luglio 1974, con la quale il
Sindaco di Venezia gli aveva ingiunto di pagare la somma di lire
diecimila quale sanzione per la violazione degli artt. 9 e 10 del
regolamento comunale per il servizio delle pubbliche affissioni -
riferiti agli artt. 106 e seguenti legge 3 marzo 1934, n. 383 - per
avere affisso in Mestre, Via Caneve, senza autorizzazione, tre
manifesti, ciascuno delle dimensioni di metri 0,70 per 0,50, contenenti
l'avviso della pubblicazione e della vendita, davanti alle scuole, del
bollettino n. 2 degli organismi autonomi degli studenti.
Con lo stesso atto introduttivo il ricorrente sollevò la questione
di legittimità costituzionale degli artt. 1, 28, commi primo, secondo
e quarto, e 51 d.P.R. 26 ottobre 1972, n. 639, "nella parte in cui
sottopongono alla disciplina prevista per la pubblicità commerciale
anche le forme di propaganda ideologica, senza distinzione di sorta,
perché incompatibili con i principi contenuti negli artt. 21 e 53,
comma primo, della Costituzione".
Con ordinanza 16 dicembre 1974 il pretore di Mestre ha ritenuto
rilevante ai fini della decisione della causa e non manifestamente
infondata la questione di legittimità costituzionale sollevata
dall'opponente.
L'ordinanza è stata pubblicata nella Gazzetta Ufficiale n. 145 del
4 giugno 1975.
Nel giudizio davanti a questa Corte non si sono costituite le parti
private.
È intervenuto il Presidente del Consiglio dei ministri,
rappresentato e difeso dall'Avvocato Generale dello Stato, con atto
depositato il 15 maggio 1975, chiedendo che la questione di
legittimità costituzionale sia dichiarata non fondata.
2) Con ricorso 15 gennaio 1975 al pretore di Livorno Alessandro e
Ivana Nardini proposero opposizione avverso l'ordinanza 24 dicembre
1974, con la quale il Sindaco di Livorno aveva a loro ingiunto il
pagamento della somma di lire trentamila per la violazione dell'art.
13 regolamento dell'imposta comunale sulla pubblicità, perché
Alessandro Nardini il 6 agosto 1974 "alla guida dell'autovettura Fiat
500 targata LU 108971, transitava in via Garibaldi effettuando
pubblicità fonica con slogan politici del partito Stella Rossa, senza
aver pagato la relativa imposta all'Ufficio comunale competente"; e
Ivana Nardini era chiamata a rispondere, in solido, della infrazione
nella sua qualità di proprietaria dell'autovettura.
Con ordinanza 4 ottobre 1976 il pretore di Livorno ha sollevato la
questione di legittimità costituzionale degli artt. 11, 12 e 16 d.P.R.
n. 639 del 1972, in riferimento agli artt. 3, 21 e 53, comma primo,
della Costituzione, ritenendola rilevante ai fini della decisione della
causa e non manifestamente infondata.
L'ordinanza è stata pubblicata nella Gazzetta Ufficiale n. 10 del
12 gennaio 1977.
Nel giudizio davanti a questa Corte non si sono costituite le parti
private e non è intervenuto il Presidente del Consiglio dei ministri.
3) Con ricorso 22 dicembre 1975 al pretore di San Donà di Piave
Eugenio Boldrin propose opposizione, ai sensi dell'art. 9 legge 3
maggio 1967, n. 317, avverso l'ordinanza 21 ottobre 1975, con la quale
il Sindaco di Venezia gli aveva ingiunto di pagare la somma di lire
diecimila, quale sanzione per infrazione degli artt. 1, 10 del
regolamento comunale per il servizio delle pubbliche affissioni e degli
artt. 106 e seguenti legge 3 marzo 1934, n. 383, per "aver disposto
l'affissione, in diversi punti della zona di Cavallino, Ca' di Valle,
Ca' Ballarin, Ca' Pasquali, Ca' Savio, Treporti e Punta Sabbioni, di n.
60 manifesti di cm. 70 x 100 dal titolo "Referendum abrogativo delle
leggi autoritarie sull'aborto - Comitato per il Referendum - Via
Felisati 04 - tel. 982653" senza autorizzazione del Sindaco".
Nello stesso atto l'opponente propose la questione di legittimità
costituzionale degli artt. 28 e 51 d.P.R. 26 ottobre 1972, n. 639 - del
quale costituiva normativa di esecuzione il regolamento comunale per il
servizio delle pubbliche affissioni - in riferimento agli artt. 21 e 53
della Costituzione.
Con ordinanza 31 marzo 1977 il pretore di San Donà di Piave ha
ritenuto rilevante, ai fini della decisione della causa, e non
manifestamente infondata la questione - proposta dall'opponente -
concernente la "legittimità costituzionale degli artt. 1 e 28, commi
primo e quarto, d.P.R. 26 ottobre 1972, n. 639, nella parte in cui
subordinano ad una autorizzazione comunale ed al pagamento di una
imposta le forme di propaganda ideologica effettuata a cura diretta
degli interessati e senza fine di lucro", in riferimento agli artt. 21,
comma primo, e 53, comma primo, della Costituzione.
L'ordinanza è stata pubblicata nella Gazzetta Ufficiale n. 169 del
22 giugno 1977.
Nel giudizio davanti a questa Corte non si sono costituite le parti
private.
È intervenuto il Presidente del Consiglio dei ministri,
rappresentato e difeso dall'Avvocato Generale dello Stato, con atto
depositato il 12 luglio 1977, chiedendo che la questione di
legittimità costituzionale sia dichiarata non fondata. Considerato in diritto :
1. - I tre giudizi vanno riuniti in quanto hanno per oggetto
questioni in parte identiche.
Secondo il pretore di Mestre gli artt. 1, 28, commi primo, secondo
e quarto, e 51 d.P.R. 26 ottobre 1972, n. 639 (Imposta comunale sulla
pubblicità e diritti sulle pubbliche affissioni) - nella parte in cui
sottopongono alla disciplina prevista per la pubblicità commerciale
anche le forme di propaganda ideologica effettuata a cura diretta degli
interessati e senza fini di lucro, mediante affissione di manifesti -
sarebbero in contrasto con gli artt. 21 e 53, comma primo, della
Costituzione perché, prescrivendo l'autorizzazione discrezionale del
Comune ed il pagamento di imposta, renderebbero più difficile e, a
volte, impossibile la libera manifestazione del pensiero e
prevederebbero l'imposizione di un tributo senza che vi sia
manifestazione di reddito o di spesa che giustifichi tale imposizione.
Ad avviso del pretore di San Donà di Piave i citati artt. 1 e 28,
commi primo e quarto, d.P.R. n. 639 del 1972 - nella parte sopra
specificata - violerebbero l'art. 21 della Costituzione, che riconosce
ad ogni persona il diritto soggettivo di manifestare, in qualsiasi
forma, la propria ideologia; e l'art. 53 della Costituzione medesima,
dato che colpirebbero attività nelle quali non potrebbe ravvisarsi
alcuna manifestazione di capacità contributiva.
Il pretore di Livorno ha denunciato la violazione degli artt. 3, 21
e 53, comma primo, della Costituzione da parte degli artt. 11, 12,16
citato d.P.R. n. 639 del 1972, che renderebbero impossibile la
manifestazione e la divulgazione del pensiero perché assoggetterebbero
ad imposta le forme di pubblicità ideologica effettuata con l'uso di
autoveicoli muniti di mezzi sonori, a cura diretta degli interessati e
senza fini di lucro.
2. - Relativamente alle ordinanze del pretore di Mestre e di San
Donà di Piave, che secondo l'ordine logico si esaminano
congiuntamente, va considerato che la questione di legittimità
costituzionale degli artt. 1, 28, primo, secondo e quarto comma, e 51
del d.P.R. n. 639 del 26 ottobre 1972, nella parte in cui sottopongono
alla disciplina prevista per la pubblicità commerciale anche la forma
di propaganda ideologica, in riferimento agli artt. 21 e 53, comma
primo, della Costituzione, fu sollevata dalla parte nei ricorsi contro
le ordinanze del sindaco di Venezia di pagare la somma di lire
diecimila per violazione degli artt. 9 e 10 del regolamento comunale.
Nelle ordinanze la questione, sotto gli aspetti precisati, fu ritenuta
rilevante e non manifestamente infondata in quanto, ai termini
dell'art. 3 del d.P.R. suindicato, il regolamento e le tariffe per
l'applicazione sulla pubblicità e dei diritti sulle pubbliche
affissioni erano deliberati dal Consiglio comunale, con la conseguenza
che dalla pronuncia di illegittimità delle norme denunciate sarebbe
derivata l'illegittimità degli artt. 9 e 10 del regolamento comunale e
dell'ordinanza. Tale questione non è fondata.
3. - Questa Corte, con la sentenza n. 1 del 5 giugno 1956, affermò
che il quinto comma dell'art. 113 del t.u. delle leggi di pubblica
sicurezza n. 773 del 18 giugno 1931, il quale disponeva che "le
affissioni non possono farsi fuori dei luoghi destinati dall'autorità
competente", non era in contrasto con l'art. 21 della Costituzione né
con altra norma costituzionale. Tale principio affermò in coerenza con
l'altro, posto in risalto nella sentenza stessa, che una disciplina
delle modalità di esercizio di un diritto, in modo che l'attività di
un individuo, rivolta al perseguimento dei propri fini, si concili con
il perseguimento dei fini degli altri, non è da considerare di per sé
violazione o negazione del diritto. Tali concetti furono espressamente
richiamati nella sentenza n. 48 del 1964, la quale affermò che
l'obbligo degli artt. 1 e 8, comma quarto, della legge n. 212 del 4
aprile 1956 di affiggere manifesti soltanto negli spazi a ciò
destinati dal Comune non toccava minimamente il diritto di manifestare
il proprio pensiero, né comportava violazione del diritto di usare i
mezzi che ne realizzavano la diffusione. E ciò, in quanto dette norme,
che si limitavano a disciplinare il diritto, apparivano estrinsecazione
di un potere del legislatore ordinario, del quale la Corte, in
riferimento a varie fattispecie e con ripetute e costanti pronunce,
aveva riconosciuto la piena legittimità sempre che il diritto
attribuito dalla Costituzione non fosse stato snaturato. Tali generali
considerazioni, espresse in questione concernente il divieto penalmente
sanzionato di affissione dei manifesti di propaganda elettorale fuori
degli spazi stabiliti dal Comune, furono ribadite con la sentenza n.
129 del 24 giugno 1970, che le ritenne appropriate ed applicabili al
caso di contravvenzione per affissione di un manifesto fuori degli
spazi a ciò destinati non per propaganda elettorale. E nella stessa
sentenza le ragioni di consentire l'affissione di manoscritti e
stampati solo negli appositi spazi furono ravvisate nella esigenza di
considerare altri interessi pubblici di primaria considerazione, come
la sicurezza della viabilità, la tutela dei monumenti, dell'estetica
cittadina, del paesaggio.
4. - In coerenza con tali principi, affermati con giurisprudenza
costante, deve ritenersi che non siano in contrasto con l'art. 21 della
Costituzione gli artt. 1 e 28, primo e secondo comma, del d.P.R. n. 639
del 1972 in quanto dispongono che le pubbliche affissioni costituiscono
servizio di esclusiva competenza comunale e i diritti sulle pubbliche
affissioni si applicano ai manifesti, avvisi e fotografie, di qualunque
materia costituiti, esposti a cura del Comune negli spazi riservati
dallo stesso nell'ambito del proprio territorio. Ma la questione è
stata ritenuta non manifestamente infondata dai pretori in quanto le
suindicate disposizioni e il quarto comma dell'art. 28 sarebbero in
contrasto con l'art. 21, primo comma, e 53, primo comma, della
Costituzione, nella parte in cui subordinano ad una autorizzazione
comunale ed al pagamento di un'imposta le forme di propaganda
ideologica a cura diretta degli interessati e senza motivo di lucro.
Anche sotto tali aspetti non esiste contrasto.
Il quarto comma dell'art. 28 del d.P.R. n. 639 del 1972 dispone che
"il Comune può tuttavia consentire l'affissione diretta da parte degli
interessati, in spazi di loro pertinenza, di manifesti e degli altri
mezzi di cui al precedente comma; in tal caso è dovuto il pagamento
della relativa imposta sulla pubblicità in misura pari ai diritti
sulle pubbliche affissioni ridotti del cinquanta per cento". Il limite
della discrezionalità nell'osservanza dell'obbligo di gestire il
pubblico servizio è segnato dall'interesse pubblico che nelle singole
fattispecie il Comune deve tutelare (cfr. sentenza n. 129 del 24 giugno
1970, retro cit.), in connessione con l'interesse privato
all'affissione in luogo di sua pertinenza. E l'art. 37 dello stesso
d.P.R., nell'ovvio presupposto di una richiesta da parte
dell'interessato, stabilisce che "la giunta comunale, sentita la locale
commissione edilizia, determina, previo consenso dei proprietari, gli
spazi in cui è consentita l'affissione. Qualora non sia possibile tale
determinazione mediante accordo fra il Comune e i proprietari, ad essa
provvede il Prefetto, sentito l'Ufficio del Genio Civile e la
Sovraintendenza alle antichità e belle arti, il quale determinerà
anche la misura dell'indennizzo. Nei locali degli uffici delle
pubbliche affissioni devono essere esposti, in modo da potersi
facilmente consultare dal pubblico, la tariffa del servizio ed un
elenco sul quale devono essere indicati gli spazi destinati alle
affissioni e la categoria alla quale gli spazi stessi appartengono".
Per siffatta complessa normativa, che concerne l'ambito del
servizio di affissioni in tutto il territorio comunale, la
discrezionalità del Comune, prevista dal citato quarto comma dell'art.
28 del d.P.R. n. 639 del 1972, non è affatto incensurabile, ma è
soggetta, secondo i principi dell'ordinamento, al sindacato del giudice
competente.
5. - Quanto poi al parametro dell'art. 53 della Costituzione, va
considerato che i limiti di applicabilità rispetto a tale articolo,
che questa Corte ha già avuto occasione di indicare (cfr. sentenze n.
30 del 1964; n. 128 del 1966; nn. 23 e 97 del 1968; n. 85 del 1969; n.
91 del 1972; n. 201 del 1975; n. 62 del 1977) non sono stati
specificamente contestati, assumendosi soltanto che la propaganda
ideologica, in luoghi diversi da quelli riservati per l'affissione dai
Comuni, deve essere esente da tributi.
6. - Occorre appena rilevare che non è appropriato il riferimento
alla sentenza n. 131 del 1973 di questa Corte, contenuto nell'ordinanza
del pretore di Mestre. Tale sentenza, richiamati i principi in tema di
pubblicità affine, si riferisce all'ipotesi diversa della pubblicità
affine speciale, eseguita dai diretti interessati in via ambulante.
7. - È invece fondata la questione di legittimità costituzionale
dell'art. 12 del d.P.R. n. 639 del 26 ottobre 1972 in riferimento agli
artt. 3, 21 e 53 Cost., sollevata dal pretore di Livorno.
Questa Corte, con la sentenza 16 luglio 1973, n. 131, dichiarò: 1)
l'illegittimità costituzionale dell'art. 15, legge 5 luglio 1961, n.
641, in relazione all'art. 2, commi secondo e terzo, della stessa
legge, nella parte in cui assoggettava ad imposta anche le forme di
propaganda ideologica effettuata senza fini di lucro, a diretta cura
degli interessati; 2) ai sensi dell'art. 27 legge 11 marzo 1953, n. 87,
l'illegittimità costituzionale dell'art. 15 del d.P.R. 26 ottobre
1972, n. 639, limitatamente alla parte in cui assoggettava ad imposta
anche le forme di pubblicità ideologica effettuata a cura diretta
degli interessati senza motivi di lucro.
Affermò che sussisteva il prospettato contrasto con gli artt. 21 e
53, comma primo, della Costituzione, perché la norma denunciata
colpiva anche quelle forme di propaganda meramente ideologica
effettuata, senza fini di lucro, a cura diretta dell'interessato, come
l'esporre un cartello o il distribuire personalmente manifestini, nelle
quali non era dato ravvisare alcuna manifestazione di reddito o di
spesa che giustificasse l'imposizione stessa.
E da ritenere, sul piano razionale, che anche la propaganda
ideologica effettuata mediante circolazione di persone con automobile e
senza fini di lucro non sia di per sé manifestazione di un reddito o
di una spesa che giustifichi l'imposizione del tributo per pubblicità.
Deve quindi dichiararsi, per simiglianza di situazioni
giuridicamente rilevanti ai termini dell'art. 3, primo comma, Cost.,
l'illegittimità dell'art. 12 (tariffe per la pubblicità effettuata
con veicoli in genere) dello stesso d.P.R. citato, in riferimento agli
articoli della Costituzione sopra menzionati.
Non è invece fondata la questione di legittimità dell'art. 11
(tariffa per la pubblicità effettuata con veicoli pubblicitari) e
dell'art. 16 (tariffa per pubblicità sonora effettuata a mezzo di
apparecchi da posti fissi) dello stesso d.P.R. in riferimento agli
artt. 3, 24 e 53, comma primo, Cost. perché, per il loro contenuto,
non escludono una manifestazione di reddito che consenta l'imposizione
di un tributo.
Dispositivo
per questi motivi
LA CORTE COSTITUZIONALE
1) dichiara l'illegittimità costituzionale dell'art. 12 d.P.R. 26
ottobre 1972, n. 639 (Imposta comunale sulla pubblicità e diritti
sulle pubbliche affissioni), limitatamente alla parte in cui assoggetta
ad imposta anche le forme di pubblicità ideologica effettuata con
veicoli, a cura diretta degli interessati, senza motivi di lucro;
2) dichiara non fondate le questioni di legittimità costituzionale
degli artt. 1, 28, commi primo, secondo e quarto, e 51, stesso d.P.R.
n. 639 del 1972, proposte dal pretore di Mestre con ordinanza 16
dicembre 1974, in riferimento agli artt. 21 e 53, comma primo, della
Costituzione;
3) dichiara non fondate le questioni di legittimità costituzionale
degli artt. 1 e 28, commi primo e quarto, stesso d.P.R. n. 639 del
1972, proposte dal pretore di San Donà di Piave con ordinanza 31 marzo
1977, in riferimento agli articoli 21, comma primo, e 53, comma primo,
della Costituzione;
4) dichiara non fondate le questioni di legittimità costituzionale
degli artt. 11 e 16 stesso d.P.R. n. 639 del 1972, proposte dal pretore
di Livorno, con ordinanza 4 ottobre 1976, in riferimento agli artt. 3,
21 e 53, comma primo, della Costituzione.
Così deciso in Roma, nella sede della Corte costituzionale,
Palazzo della Consulta, il 12 luglio 1979.
F.to: LEONETTO AMADEI - EDOARDO
VOLTERRA - GUIDO ASTUTI - MICHELE
ROSSANO - LEOPOLDO ELIA - GUGLIELMO
ROEHRSSEN - ORONZO REALE - BRUNETTO
BUCCIARELLI DUCCI - ALBERTO
MALAGUGINI - LIVIO PALADIN - ARNALDO
MACCARONE - ANTONIO LA PERGOLA -
VIRGILIO ANDRIOLI.
GIOVANNI VITALE - Cancelliere
ECLI:IT:COST:1979:89 · Testo integrale dai dati aperti della Corte costituzionale (CC BY-SA 3.0) · scheda sul sito della Corte