Sentenza n. 26/1957
Questione dichiarata infondata · depositata il 26/01/1957 · relatore Gaspare Ambrosini
Norme in gioco
applicata al caso
- art. 4legge 1278/1930
citata
- art. 35legge 1278/1930
Epigrafe
ha pronunziato la seguente SENTENZA nel giudizio di legittimità costituzionale dell'art. 4 della legge
24 luglio 1930, n. 1278, promosso con l'ordinanza 25 giugno 1956 del
Pretore di Arienzo nel procedimento penale a carico di Vacchiano
Francesco Giuseppe, pubblicata nella Gazzetta Ufficiale della
Repubblica n. 227 dell'8 settembre 1956 ed iscritta al n. 256 del Reg.
ord. 1956.
Vista la dichiarazione di intervento del Presidente del Consiglio
dei Ministri;
udita nell'udienza pubblica del 28 novembre 1956 la relazione del
Giudice Gaspare Ambrosini;
udito il sostituto avvocato generale dello Stato Achille Salerni.
Motivazione
Ritenuto in fatto :
Nel procedimento avanti alla Pretura di Arienzo a carico di
Vacchiano Francesco Giuseppe, imputato del reato di cui all'art. 4
della legge 24 luglio 1930, n. 1278, per avere nel periodo dal
settembre al dicembre 1955 procacciato a scopo di lucro numero otto
contratti di lavoro in Gran Bretagna a persone desiderose di emigrare,
la difesa dell'imputato sollevò la eccezione di legittimità
costituzionale del suddetto art. 4, adducendo che è in contrasto con
l'art. 35 della Costituzione, che sancisce il principio della libertà
di emigrazione.
Il Pretore di Arienzo con ordinanza del 25 giugno 1956, accogliendo
la richiesta della difesa del Vacchiano, sospese il processo e ordinò
la trasmissione degli atti alla Corte costituzionale per la eventuale
dichiarazione di illegittimità costituzionale del succitato art. 4.
Nell'ordinanza non si precisa la disposizione della Costituzione che
sarebbe stata violata, ma certamente si tratta dell'art. 35, al quale
aveva fatto esplicito riferimento la difesa del Vacchiano.
L'ordinanza venne ritualmente notificata al Presidente del
Consiglio dei Ministri, comunicata ai Presidenti delle due Camere del
Parlamento e pubblicata nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica.
Nel giudizio è intervenuto il Presidente del Consiglio dei
Ministri a mezzo dell'Avvocatura generale dello Stato, deducendo che
l'art. 4 della legge 24 luglio 1930, n. 1278, non limita la libertà di
emigrazione affermata dall'art. 35, comma ultimo, della Costituzione,
né contrasta ma anzi si armonizza col sistema di norme disciplinanti
il collocamento dei lavoratori. Considerato in diritto :
Il principio della libertà di emigrazione affermato nell'art. 35
ultimo comma, della Costituzione non è violato dall'art. 4 della legge
24 luglio 1930, n. 1278, che non si riferisce a chi aspira ad emigrare.
Dispone l'art. 4: "Chiunque al fine di lucro, procura in qualsiasi
modo un atto di chiamata od una proposta di contratto di lavoro per
l'estero ad un cittadino che intende emigrare o si intromette per
ottenere dalle autorità competenti il rilascio del passaporto o di
altro documento di espatrio, è punito. . . ".
Questa disposizione è diretta ad impedire non l'emigrazione, ma
l'attività speculativa di chi può approfittare della necessità o
della speciale condizione psicologica di aspettativa o di credulità
degli aspiranti ad emigrare, specie se disoccupati, per fare da essi
accettare contratti di lavoro rovinosi od inadeguati in rapporto al
sistema della nostra legislazione sociale.
Si tenga presente che lo stesso art. 35, ultimo comma, della
Costituzione afferma il principio della libertà di emigrare non in
modo assoluto ed incontrollabile, ma con qualche limite: "La
Repubblica. . . riconosce la libertà di emigrazione, salvo gli
obblighi stabiliti dalla legge nell'interesse generale, e tutela il
lavoro italiano all'estero".
Vi è quindi un limite che può essere dettato dall'interesse
generale della comunità statale; e vi è un altro limite dipendente
dalla necessità di tutelare il lavoro italiano all'estero.
Orbene, la norma dell'art. 4 della legge in questione deve essere
riguardata nel quadro degli stessi motivi e delle stesse finalità.
Essa è stata dettata per garantire i lavoratori da possibili illecite
speculazioni, in difesa perciò di un bene, che, se per un verso
interessa singoli, per l'altro non interessa meno la collettività
nazionale.
Ed è ovvio che il legislatore è completamente libero nella
valutazione di questi interessi e dei mezzi più adeguati per tutelarli
con norme anche di carattere penale, come quella dell'art. 4 in
questione, la quale per altro si armonizza con tutto il sistema di
norme disciplinanti il collocamento dei lavoratori.
È da rilevare, comunque, che l'art. 4 della legge 24 luglio 1930
non pone limiti al diritto del cittadino ad emigrare e che pertanto
nessun contrasto esiste tra esso ed il precetto dell'art. 35, ultimo
comma, della Costituzione.
Dispositivo
per questi motivi
LA CORTE COSTITUZIONALE
dichiara infondata la questione di legittimità costituzionale,
sollevata con l'ordinanza resa in data 25 giugno 1956 dal Pretore di
Arienzo, dell'art. 4 della legge 24 luglio 1930, n. 1278, in
riferimento alla norma contenuta nell'art. 35, comma ultimo, della
Costituzione.
Così deciso in Roma, nella sede della Corte costituzionale Palazzo
della Consulta, il 21 gennaio 1957.
ENRICO DE NICOLA - GAETANO AZZARITI - TOMASO PERASSI - GASPARE
AMBROSINI - MARIO COSATTI - FRANCESCO PANTALEO GABRIELI - GIUSEPPE
CASTELLI AVOLIO - ANTONINO PAPALDO - MARIO BRACCI - NICOLA JAEGER -
GIOVANNI CASSANDRO - BIAGIO PETROCELLI - ANTONIO MANCA.
ECLI:IT:COST:1957:26 · Testo integrale dai dati aperti della Corte costituzionale (CC BY-SA 3.0) · scheda sul sito della Corte