Sentenza n. 3/1976
Questione dichiarata infondata · depositata il 15/01/1976 · relatore Giulio Gionfrida
Norme in gioco
applicata al caso
- art. 1legge 1444/1963
- art. 3legge 1444/1963
usata come parametro
citata
- art. 1legge 1110/1965
- art. 3legge 1110/1965
- art. 1legge 1395/1965
- art. 1legge 453/1966
- art. 2legge 1123/1966
- art. 1-bislegge 628/1967
- art. 2legge 4/1969
- art. 56legge 833/1969
- art. 1legge 1034/1970
- art. 1legge 495/1973
- art. 1legge 841/1973
Epigrafe
ha pronunciato la seguente SENTENZA nei giudizi riuniti di legittimità costituzionale degli artt. 1,
primo e secondo comma, e 3 della legge 6 novembre 1963, n. 1444 (norme
relative alle locazioni degli immobili urbani ad uso di abitazione), e
delle successive leggi di proroga, promossi con ordinanze emesse l'8
maggio 1973, il 19 giugno e il 5 novembre 1974 dal pretore di Roma in
tre procedimenti civili vertenti tra Frisardi Alvaro e Palma Achille e
tra Gallone Armando, Panaccione Francesco e la società Paolense,
iscritte al n. 272 del registro ordinanze 1973, al n. 352 del registro
ordinanze 1974 e al n. 34 del registro ordinanze 1975 e pubblicate
nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica n. 223 del 29 agosto 1973, n.
284 del 30 ottobre 1974 e n. 62 del 5 marzo 1975.
Visti gli atti d'intervento del Presidente del Consiglio dei
ministri;
udito nell'udienza pubblica del 29 ottobre 1975 il Giudice relatore
Giulio Gionfrida;
udito il vice avvocato generale dello Stato Giovanni Albisinni,
per il Presidente del Consiglio dei ministri.
Motivazione
Ritenuto in fatto :
1. - Con ordinanza in data 8 maggio 1973 (emessa nel procedimento
civile tra Alvaro Frisardi ed Achille Palma, per il rimborso di somme
che si assumevano corrisposte a seguito di indebito aumento di canone
locativo bloccato ex art. 1 e 3 della legge 1963 n. 1444) e con
successiva ordinanza del 19 giugno 1974 (pronunziata in altro analogo
procedimento, vertente tra Armando Gallone e la società Paolense),
l'adito pretore di Roma ha sollevato, in quanto a suo avviso rilevante
e non manifestante infondata, questione di legittimità costituzionale
degli artt. 1 e 3 della legge 6 novembre 1963 n. 1444, nonché di
tutte le norme di proroga della detta legge fino al 31 dicembre 1973 (e
precisamente: art. 1 della legge 1 ottobre 1965 n. 1110; art. 3 della
legge 17 dicembre 1965 n. 1395; art. 1 della legge 27 giugno 1966 n.
453; art. 1 della legge 23 dicembre 1966 n. 1123; art. 2 d.l. 27 giugno
1967 n. 460, convertito in legge 29 luglio 1967 n. 628; art. 1 bis d.l.
22 dicembre 1968 n. 1240, convertito in legge 12 febbraio 1969 n. 4;
art. 2 della legge 26 novembre 1969 n. 833; art. 56 d.l. 26 ottobre
1970 n. 745, convertito in legge 18 dicembre 1970 n. 1034).
Tutte le norme indicate - in quanto non prevedono alcuna forma di
concreta rivalutazione del canone "bloccato" delle locazioni -
vulnererebbero, infatti, secondo il giudice a quo, il precetto
dell'art. 42 secondo comma della Costituzione.
In particolare, poi, il comma secondo dell'art. 1 legge 1963 n.
1444 citato - consentendo riduzioni autoritative dei canoni, ove in
precedenza maggiorati in misura eccedente determinate percentuali -
contrasterebbe anche con il precetto dell'eguaglianza (art. 3 della
Costituzione); in quanto legittimerebbe, sia pur entro certi limiti,
aumenti già apportati o concordati, senza contemporaneamente
consentire i medesimi aumenti per i canoni rimasti invariati.
2. - Con altra ordinaza del 5 novembre 1974 (emessa nel
procedimento civile tra Francesco Panaccione e la società Paolense),
ancora il pretore di Roma ha riproposto la questione di legittimità
della normativa sul blocco dei canoni in riferimento all'art. 42, comma
secondo della Costituzione con estensione, per altro, dell'impugnazione
anche nei confronti dello art. 1, della sopravvenuta legge 12 agosto
1974, n. 351. La quale ultima - pur prevedendo la possibilità di
aumento dei canoni (in misura non superiore al venti per cento per i
contratti stipulati anteriormente al 1 marzo 1947 ed al dieci per cento
per i contratti stipulati tra il 1 marzo 1947 ed il 1 gennaio 1953) -
non soddisferebbe, comunque (proprio per la eccessiva limitazione
nell'entità e nel tempo degli anzidetti aumenti), l'esigenza
prospettata di tutela della proprietà.
3. - Ritualmente notificate, comunicate e pubblicate le ordinanze
de quibus ed instaurati i relativi giudizi innanzi alla Corte, è in
questi intervenuto il Presidente del Consiglio dei ministri, per
sostenere, in ogni caso, l'infondatezza delle sollevate questioni. Considerato in diritto :
1. - Per la sostanziale identità delle questioni prospettate, i
tre giudizi vanno preliminarmente riuniti per essere decisi con unica
sentenza.
2. - Con le ordinanze di rinvio è denunziato a questa Corte il
regime di blocco dei canoni delle locazioni degli immobili urbani
adibiti ad uso di abitazione, quale nel complesso attuato attraverso le
norme in epigrafe indicate.
L'impugnativa trae motivo dal rilievo, in particolare, della
mancata previsione, nella normativa sopradetta, di alcun meccanismo
(tranne quello - considerato "inadeguato" - di cui all'art. 1 legge
1974 n. 351) di rivalutazione periodica del canone, bloccato "per lungo
periodo di tempo in cui si sarebbe di fatto verificata una notevole
svalutazione monetaria".
Discenderebbe da ciò, appunto, l'ipotizzata lesione del diritto
del proprietario ("a conservare invariato, nel valore di acquisito, il
canone locatizio") e la conseguente vulnerazione del precetto
costituzionale (art. 42 comma secondo), che quel diritto garantisce.
3. - La questione non è fondata.
Il regime di blocco in discussione - come dalla Corte già
precisato con sentenza n. 30 del 1975 (a proposito di proroga, in
genere, delle locazioni) - si giustifica alla stregua dell'art. 42
della Costituzione (di cui erroneamente si deduce la violazione);
giacché questo "riconosce e garantisce la proprietà ma riserva alla
legge di determinarne (i modi di acquisto e di godimento ed) i limiti
allo scopo di realizzarne la funzione sociale". Funzione che qui, in
particolare, si identifica nello scopo di assicurare il bene primario
dell'abitazione a categorie di soggetti non superanti determinati
livelli di reddito e, quindi, non in grado di accedervi in base alle
leggi del mercato libero.
4. - È pur vero, d'altra parte, che i "limiti" sopradetti, "se
possono comprimere le facoltà che formano la sostanza del diritto di
proprietà, non possono mai pervenire ad annullarle". (cfr. sentenza
n. 155 del 1972).
Ma tale principio - che, nella sentenza n. 155 del 1972 citata,
sorregge la declaratoria di incostituzionalità dell'art. 1 legge 11
febbraio 1971 n. 11 ("per l'omessa previsione di forme di periodica
rivalutazione del canone in denaro dei fondi rustici") - non può,
contrariamente all'assunto del giudice a quo, condurre ad analoga
conclusione di illegittimità nei rispetti della normativa impugnata.
E ciò per la fondamentale ragione (posta anche in luce
dall'Avvocatura dello Stato) che - mentre nella materia dell'affitto di
fondi rustici, il giudizio di costituzionalità è stato formulato sul
presupposto del carattere ordinario della relativa disciplina - nella
specie viene, invece, in considerazione una disciplina (quale è
appunto quella sul blocco dei canoni locativi), costituente un mezzo
straordinario di intervento pubblico, preordinato a fronteggiare crisi
congiunturali del settore dell'edilizia abitativa.
In altre parole, l'eventuale alterazione dell'equilibrio (il quale
deve pur sussistere) tra interessi dei conduttori ed interessi dei
proprietari locatori - quale si connetterebbe ad una disciplina che in
via normale e permanente riducesse ad irrisoria misura il reddito della
proprietà edilizia - non viene qui in rilievo (e la Corte si esime,
pertanto, dall'esaminarla) in quanto proprio gli indicati caratteri di
straordinarietà e temporaneità di tale disciplina ne giustificano in
ogni caso la legittimità: in funzione dello scopo sociale di
intervento in favore delle classi meno abbienti, che si realizza senza
una definitiva ed irreversibile compressione delle facoltà di
godimento del proprietario.
5. - Non va, a questo punto, per altro trascurata la circostanza
della uniforme ripetizione e sovrapposizione nel tempo di normative di
blocco.
La considerazione di tale circostanza prospetta, infatti, il
pericolo che - in dipendenza dell'ulteriore procrastinarsi di tali
normative - possa di fatto acquisirsi al regime di blocco quel
carattere di ordinarietà (che per il momento non gli si riconosce).
Ora, tale evenienza - ove in concreto si verificasse potrebbe
indurre la Corte a riformulare, sotto tale diverso presupposto, il
giudizio di legittimità sulla disciplina di blocco, con riferimento ai
parametri costituzionali, e con riguardo, tra l'altro, anche
all'aspetto della valutazione comparativa delle condizioni economiche
del locatore.
6. - Parimenti infondata è, poi, l'altra sollevata questione di
costituzionalità concernente il comma secondo dell'art. 1 della legge
1963 n. 1444 citato.
La norma, ad avviso del giudice a quo, contrasterebbe - come detto
- con l'art. 3 della Costituzione, nella parte in cui - attraverso la
prevista riduzione autoritativa di canoni maggiorati in misura
"eccedente" determinate percentuali - finirebbe, in pratica, con il
legittimare aumenti già apportati o concordati, senza
contemporaneamente consentire i medesimi aumenti per i canoni rimasti
invariati.
Ora, deve, appunto, escludersi la prospettata lesione del precetto
dell'eguaglianza, giacché la disposizione impugnata ha, in realtà,
operato nei confronti di due distinte categorie di locatori: di quelli,
cioè, che non avevano richiesto aumenti prima dell'entrata in vigore
della legge (così facendo presumere di ritenere i canoni stessi per
loro equi e remunerativi) e di quelli, invece, che avevano apportato
maggiorazioni.
La prevista riduzione del canone non poteva, ovviamente, rivolgersi
che alla seconda delle due indicate categorie; e razionalmente essa è
stata contenuta in limiti percentuali.
Dispositivo
per questi motivi
LA CORTE COSTITUZIONALE
dichiara non fondata la questione di legittimità costituzionale:
degli artt. 1 e 3 della legge 6 novembre 1963, n. 1444, (norme relative
ad immobili urbani ad uso di abitazione), nonché delle successive
norme di proroga della detta legge (e precisamente: art. 1 della legge
1 ottobre 1965, n. 1110; articolo 3 della legge 17 dicembre 1965, n.
1395; art. 1 della legge 27 giugno 1966, n. 453; art. 1 della legge 23
dicembre 1966, n. 1123; art. 2 del d.l. 27 giugno 1967, n. 460,
convertito in legge 28 luglio 1967, n. 628; art. 1 bis del d.l. 22
dicembre 1968, n. 1240, convertito in legge 12 febbraio 1969, n. 4;
art. 2 della legge 26 novembre 1969, n. 833; art. 56 del d.l. 26
ottobre 1970, n. 745, convertito in legge 18 dicembre 1970, n. 1034;
art. 1, quarto comma, d.l. 24 luglio 1973, n. 426, convertito in legge
4 agosto 1973, n. 495; art. 1, quarto comma, legge 22 dicembre 1973, n.
841; art. 1 della legge 12 agosto 1974, n. 351) sollevata, con le
ordinanze in epigrafe indicate - in riferimento all'art. 42, secondo
comma, della Costituzione;
dichiara altresì non fondata la questione di legittimità
costituzionale dell'art. 1, comma secondo, della legge 6 novembre 1963,
n. 1444, sollevata nelle stesse ordinanze, con riferimento all'art. 3
della Costituzione.
Così deciso in Roma, nella sede della Corte costituzionale,
Palazzo della Consulta, il 14 gennaio 1976.
F.to: LUIGI OGGIONI - ANGELO DE MARCO
- ERCOLE ROCCHETTI - ENZO CAPALOZZA -
VINCENZO MICHELE TRIMARCHI - NICOLA
REALE - PAOLO ROSSI - LEONETTO AMADEI
- GIULIO GIONFRIDA - EDOARDO VOLTERRA
- GUIDO ASTUTI - MICHELE ROSSANO -
ANTONINO DE STEFANO.
ARDUINO SALUSTRI - Cancelliere
ECLI:IT:COST:1976:3 · Testo integrale dai dati aperti della Corte costituzionale (CC BY-SA 3.0) · scheda sul sito della Corte